Proponiamo un’intervista realizzata a Parigi nel 2008 da Giannina Mura a Etienne ZONGO, aiutante di campo di Thomas SANKARA, pubblicata su Alias – ITV Zongo-Sankara -GMura

La Redazione

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Thomas Sankara non concepiva l’idea di sbarazzarsi degli amici pericolosi, perché diceva «Quando si comincia non ci si ferma più. Si finisce per diventare un vero dittatore». Incontro a Parigi con il fedele capo del protocollo di Sankara, il rivoluzionario africano assassinato dal suo «migliore amico»

Nato nel ’53 in una famiglia impegnata contro il colonialismo, Etienne Zongo aderisce giovanissimo all’organizzazione clandestina che il 4 agosto 1983 trasformerà l’Alto Volta in Burkina Faso, «paese degli integri». Thomas Sankara lo chiama a servire il nuovo stato con l’incarico di organizzare le sue giornate (protocollo, sicurezza, e altri aspetti pratici relativi ai suoi impegni). È quindi «il primo a vederlo il mattino e l’ultimo a lasciarlo la sera ». Un ruolo che terrà fino al giorno del suo assassinio. Da 18 anni vive in esilio tra l’Africa e l’Europa. L’abbiamo incontrato durante un suo breve passaggio a Parigi

Che impressione le fece Thomas Sankara?

Il suo coraggio, la sua onestà e la sua lealtà mi colpirono profondamente. E non mi sono mai ricreduto. Era il leader del gruppo degli ufficiali progressisti cui aderii nel ’73. Nell’80, dopo aver tolto il potere al presidente Lamizana, il colonnello Zerbo propose a Thomas la carica di segretario di stato all’informazione, convinto che se fosse riuscito a controllare lui, avrebbe neutralizzato il gruppo. In quanto militare, Thomas dovette accettare, ma alcuni di noi temettero che soccombesse alla corruzione. Inaspettatamente invece, questo ruolo ebbe risvolti positivi, dato che divenne popolare ovunque per le sue molteplici iniziative, compreso il rilancio del Fespaco.

Fu al Fespaco che, davanti al presidente e alle delegazioni africane disse: «Disgrazia a coloro che imbavagliano il popolo »…

Sì, il presidente non gradì e, col pretesto delle sue dimissioni dopo 6 mesi dall’incarico, lo punì inviandolo in una guarnigione lontana, spingendoci così a accelerare la rivoluzione.

Per quando era progettata?

Pensavamo che prima occorresse sensibilizzare la gente, così la rivoluzione sarebbe venuta da loro. Ma davanti all’aggravarsi della repressione del governo, preparammo l’azione in tre mesi. Pur non condividendo la nostra ideologia, altri oppositori del regime si allearono con noi per rovesciarlo la notte del 7 novembre 1982. Dopo la vittoria, Thomas rientrò dal confino, ma la sua candidatura a presidente non fece l’unanimità: accettammo quindi di lasciare la carica al maggiore Jean-Baptiste Ouedraogo, a condizione che Thomas fosse primo ministro. Il suo carisma finì per eclissare il presidente, che in seguito lo fece arrestare e inviare al confino. Davanti a questa nuova ondata repressiva, l’idea di sensibilizzare il popolo passò in secondo piano: decidemmo di passare all’azione il 4 agosto 1983.

Con Thomas presidente, che ruolo per Blaise Compaoré?

Divenne il numero due: era il ministro della giustizia, delegato alla presidenza, sostituiva Thomas in caso di assenza. Più tardi, ho capito che, sin dall’inizio, l’adesione alla rivoluzione era una sua strategia per perseguire altri fini. Mi ricordo che al ritorno della scuola ufficiali divenne subito aiuto di campo del colonnello Bila Zagré. Allora mi sembrò normale, ma oggi lo vedo come il segno della sua perfetta integrazione nel vecchio sistema di potere che combattevamo. Quando ci fu il colpo di stato del 1980, Zagré fu imprigionato e Blaise raggiunse il nostro gruppo. Io diffidavo un po’ di lui, perché non si può stare coi reazionari e i progressisti al tempo stesso. Pure, in tanti hanno creduto a una conversione, data la totale devozione alla causa, anzi sul piano ideologico si mostrava molto più estremista di Thomas… Oggi il suo comportamento mi appare quello di un infiltrato: volto a spingere Thomas a fare il maggior numero di errori possibile per minare dal di dentro la rivoluzione.

Che genere di errori?

Thomas scuoteva le tradizioni, le fondamenta stesse del paese, ma non teneva conto dei problemi che suscitava. Il ritmo che imponeva non era facile. Tanti cominciavano a stancarsi. Ad esempio nel nostro ambiente, eravamo giovani e poveri, ma Thomas non si preoccupava delle esigenze individuali. Molti ambivano a privilegi, rifiutavano di sopportare i sacrifici imposti, ma non gliene parlavano perché temevano la sua reazione.

Perché avrebbero dovuto essere esentati dai sacrifici che il popolo sopportava?

Perché erano convinti che non ci si dovesse sempre sacrificare, in fondo avevano fatto la loro parte per la rivoluzione, e pensavano fosse ora di raccoglierne i frutti per sé. Così Blaise in un anno e mezzo alimentò e aggregò tutti gli scontenti. Io stavo dalla parte di Thomas, ma gli facevo notare che i problemi si stavano aggravando. Lui rispondeva: «Se si cominciano a soddisfare le ambizioni personali non ci si ferma più. E si finisce nella corruzione totale. Anche se la mia vita è in pericolo preferisco perseguire il mio ideale, piuttosto che restaurare il vecchio sistema della corruzione». Intanto Blaise rafforzava il suo campo, pur apparendo sempre pronto a rendere servizio a Thomas. Come un amico fedele sembrava dirgli: «Ogni volta che hai bisogno di me, sono qui».

Ma ci deve pur esser stato un elemento dissonante…

Più di uno. A esempio, nell’86, prima che venissi a sapere del suo matrimonio con una parente di Houphouët-Boigny, presidente della Costa d’Avorio, ricevetti una nota informativa segreta secondo la quale un esponente del governo burkinabè si sarebbe sposato con una donna della Costa d’Avorio e questo avrebbe provocato la fine della rivoluzione. Quando trasmisi il messaggio a Thomas gli chiesi se sospettasse di qualcuno, lui mi rispose di no, benché fosse già al corrente del futuro matrimonio di Blaise, di cui m’informò solo più tardi! Houphouët-Boigny, nemico acerrimo della rivoluzione, aveva trovato in lui l’interlocutore ideale per rovesciare il nostro governo dall’interno, data la difficoltà di rovesciarlo dall’esterno. In seguito le informazioni hanno continuato a arrivare, lasciando pochi dubbi. Ma Thomas non reagì mai pubblicamente.

Come lo spiega?

Thomas non concepiva l’idea di attaccare quelli che considerava i suoi amici e alleati, perché diceva: «Quando si comincia non ci si ferma più. Si finisce per diventare un vero dittatore, si mettono gli alleati di un tempo in prigione, si mandano in esilio… Io preferisco restare fedele ai miei amici e alle mie scelte: siamo in quattro, se gli altri due non vengono in mio aiuto, vuol dire che sono d’accordo. Se venissero a dirmi che non condividono più la mia linea, gli direi che chiunque di loro può prendere il potere, visto che sono qui in nome di tutti. Ma se non vogliono…» In altri termini: lui non avrebbe eliminato i suoi amici, ma avrebbe lasciato loro la responsabilità di ucciderlo e di assumersene le conseguenze. È quello che è successo. Fino alla sua morte, pur sapendo del complotto, non ha mai voluto rendere pubblico il conflitto davanti al popolo. Sono convinto che se lo avesse fatto la gente avrebbe accettato meno la residenza di Blaise. Ma credo che la situazione gli sia sfuggita di mano. Date le circostanze, davanti al tradimento degli amici si deve esser sentito in trappola. Se i suoi avversari fossero stati membri di un gruppo politico nemico, avrebbe potuto combatterli, ma così…

Non c’era altra soluzione?

Sì, ma bisognava fare in fretta. La vigilia, il 14 ottobre, ero stato informato che la presa del potere era prevista prima del 20, tutto era pronto. Lo dissi a Thomas, che mi obiettò «Ti ho inviato in missione in Canada, perché non vuoi partire ?». Gli risposi: «non parto perché qui abbiamo problemi gravissimi» e insistetti: «sai che le cose sono talmente gravi che se lasciamo il paese oggi potremmo non tornare mai più?». Lui mi guardò: «non ci lasceranno partire, faranno il colpo mentre stiamo qui». Gli chiesi allora cosa contava di fare, lui mi rivelò di aver proposto loro di prendere il potere, ma che gli avevano risposto che non c’erano problemi e che restasse lui presidente: «È perché vogliono farla finita con me, altrimenti avrebbero potuto dirmi che uno di loro assume la carica. Ma non vogliono neanche parlarne, significa che hanno già deciso tutto». Così io gli esposi la mia idea: «Dammi solo tre giorni, Blaise si dà malato in questo momento, fingiti malato pure tu. Intanto trovo i mezzi per far fallire il piano ». Lui me lo promise e l’indomani mi misi in viaggio per recarmi lontano da Ouagadougou da un ufficiale che mi avrebbe dovuto fornire le prove del complotto.

Come andò il viaggio?

Bene. Tornavo con le prove che mi avrebbero permesso di risparmiare la vita di Thomas. Ma quando arrivai lo avevano appena assassinato. Mezz’ora prima. Al palazzo presidenziale, le guardie mi dissero: «Il presidente si è recato al campo militare, abbiamo sentito degli spari, e pensiamo sia stato ucciso». Poco dopo, la radio trasmetteva il messaggio di Blaise. La riunione del consiglio dove Thomas fu assassinato non era prevista. E ancora oggi non mi spiego perché ci sia andato nonostante il nostro accordo.

Quale fu la sua reazione?

Inviai diversi messaggi per tentare di lanciare la resistenza con i comandanti delle guarnigioni che sapevo dalla nostra parte. Ma ogni volta venivo informato che il comandante era stato arrestato o assassinato nel pomeriggio. Del resto, poiché Thomas aveva lasciato tutto il potere militare nelle mani di Blaise, poteva vincere su di lui solo politicamente. Sebbene Blaise affermi di non averlo assassinato lui, ma di esser stato messo davanti al fatto compiuto, e di non aver potuto rifiutare di prendere il potere…

E i due «alleati» di Thomas?

Stavano con Blaise e in seguito sono stati assassinati. Il popolo li considera traditori, non martiri. Nelle riunioni pubbliche, Blaise dava loro la parola per spiegare com’erano andate le cose, infangando la memoria di Thomas. La gente, traumatizzata dall’assassinio, si chiedeva: «Come hanno potuto fare questo a un amico », per questo quando poi sono stati assassinati, nessuno si è commosso.

Il popolo non si è sollevato

Ne rimasi profondamente deluso. Ma la rivoluzione siamo stati noi a portarla al popolo, nessuno ce l’aveva chiesta… Benché la gente ne avesse tratto benefici e amasse Thomas, davanti al suo assassinio e alla brutalità che ne seguì credo si sia sentita impotente e abbia perciò finito per disinteressarsi di politica. Si tratta di un trauma dal quale è difficile rimettersi. E in fin dei conti ci si dice, «ma se tutti gli sforzi fatti finora possono essere spazzati via così, ne vale davvero la pena?»

Perché quest’amarezza?

Mi rendo conto che tutto sommato restiamo sottomessi alla nostra vecchia potenza coloniale, e che quindi non possiamo fare un granché per il nostro paese.

Eppure Sankara confidava nella capacità di tutti di «osare inventare l’avvenire»…

Sì, ma si tratta di un’opzione politica e culturale, non solo economica, che molti non hanno il coraggio di scegliere. È molto più difficile difendere le proprie idee nella pratica quotidiana che seguire la tendenza generale. Thomas aveva capito che il popolo aveva bisogno della fiducia che lui gli infondeva, che aveva bisogno di essere ascoltato, di essere spinto all’azione… La gente lo seguiva perché sapeva che ne avrebbe tratto benefici. Per esempio aveva fatto molto per la questione femminile. Voleva per le donne le stesse opportunità degli uomini, anche al governo: molti ministeri erano guidati da donne. Aveva reso la scuola obbligatoria per le bambine e i bambini. Non cessava di proporre nuove idee e mettere in cantiere nuovi progetti. La gente era sempre in movimento, alimentata dalla fiducia e dalla speranza nel cambiamento…

Non riuscì a infondere la stessa fiducia negli alleati più prossimi…

Credo che costoro avessero da tempo superato il tipo di fiducia che Thomas infondeva nel popolo, anche se poi hanno finito per distaccarsi dall’interesse generale per occuparsi del loro interesse particolare. Il problema è tutto qui. Se avessimo avuto più tempo, Thomas avrebbe fatto di più nel campo dell’educazione, della salute, dell’abitazione. Avremmo costruito più scuole elementari e licei. Decentralizzato l’economia, provocando una nuova dinamica economica regionale. Avevamo già avvicinato gli ospedali alla gente, aperto fabbriche. Con i «gruppi d’interesse economico» spingevamo per la creazione di piccole imprese e in agricoltura formavamo quadri per sfruttare meglio i terreni, introducendo nuove colture come la soia. Mi ricordo che Fidel Castro per oltre due ore ha insistito molto sui vantaggi della soia e ci convinse a tentare l’esperienza, dato che il latte di soia è eccellente per i bambini… Di sicuro avremmo potuto cambiare molto, avremmo almeno vinto la fame e non è poco.

Qual’è oggi la sua relazione col Burkina?

Vivo in esilio da 18 anni, non ci sono più tornato e non sono più impegnato nella politica burkinabè.

Ma sono impegnato altrove: lavoro con un gruppo di giovani sull’applicazione delle nuove tecnologie per l’ambiente ai bisogni dell’Africa.

Come vede le commemorazioni per il XX anniversario?

Con tristezza, perché il ricordo di quei giorni è sempre doloroso. Non è tanto il cambio di regime che mi fa star male, quanto il pensiero di tutti coloro che hanno perso la vita, o i loro cari, per questo. D’altra parte, cosa resta dopo le commemorazioni? Avrei preferito per questo ventennale un vero funerale, che il corpo di Thomas venisse finalmente restituito alla famiglia, che giustizia fosse stata fatta e che, magari, ci fosse una fondazione Thomas Sankara finalmente in funzione.

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